Qualche settimana fa si è ricevuto il privilegio di vivere una di quelle anteprime del mondo del vino in grado di caratterizzare per diverso tempo l’identità di un vitigno e di un territorio, non solo di un’azienda.
Parliamo della presentazione in prima assoluta di 1993 Di Cantine Di Meo, un Fiano in purezza, a cura di Roberto Di Meo.
A guidare il momento la preparazione di Antonella Amodio e la professionalità di chi ci ha ospitato, ovvero Oreste e Mauro Giannini, proprietari della Enoteca Il Torchio, la cui professionalità ha ormai da tempo varcato i confini casertani. Da parte dei fratelli Giannini anche una sorpresa, si tratta del luogo di svolgimento dell’evento riservato a pochi invitati winelovers, ovvero i nuovi locali di una modernissima, meravigliosa ed elegante sala degustazione capace visivamente di educare al vino e viverne tutta la piacevolezza, un posto inaugurato proprio con il 1993 di Di Meo e che rivaleggerà con le sale degustazioni delle capitali del vino europeo.
Non è la prima volta che trattiamo il tema dell’invecchiamento dei vini bianchi campani e soprattutto del Fiano di Avellino del quale Roberto Di Meo ne è certamente uno dei massimi sacerdoti e, come ha ben ricordato Antonella, definito il più grande affinatore di vini bianchi al mondo. Quello che avviene con 1993 ed i suoi 33 anni di invecchiamento è un vero salto per porre in bicchiere qualcosa di unico: non esistono Fiano ( e non sono mai esistiti ) così longevi, dato che chi ne propone si ferma ai 10-15 anni, magari
arriva in cantina ai 20 per un pubblico selezionato e con ormai poche centinaia di bottiglie al massimo. Lo sappiamo, l’Irpinia del vino ha bisogno di tempo per dare il meglio di se anche nei bianchi ma qui si sfidano davvero gli anni. Se vediamo a cosa è avvenuto nella nostra vita e nel mondo dal 1993 scopriremo l’immensità del tempo passato, nel privato e nella geopolitica, nella società e nelle tecnologie.
Roberto ci spiega anche quale annata è stata la 1993, non straordinaria ma sicuramente climaticamente interessante; dall’inverno mite e senza eccessi in ogni stagione, capace di dare buoni frutti sul suo lavoro di parcellizzazione orientato alla longevità all’affinamento. Ma come giunge, dopo 33 anni in bottiglia, un vino così senza ossidazione? La serbevolezza, secondo Di Meo, si costruisce in vigna dapprima, letteralmente vivendoci e vivendo la maturazione delle uve e poi in cantina, utilizzando bassi solfiti ( ma vanno usati) e lavorando sulle fecce, in quegli anni definite sottoprodotti da distilleria e oggi merce rara per proteggere ingrassando il vino in acciaio, Roberto è orgoglioso delle sue riserve dalla elevata longevità senza ossidazioni, se non quella leggerissima dimostrazione dell’età che si svela al sorso e anche qui accade prima di disvelare giuste note di camomilla e miele su tutte. Non è chiamato Fiano di Avellino docg in etichetta bensì’ Vino da Tavola poiché …è davvero un Fiano prima …del Fiano di oggi, prima della nascita della DOCG e quindi non può appellarsi come tale, è dotata ovviamente della certificazione dell’anno per le 2500 bottiglie poste in vendita ora, con un monitoraggio nei decenni effettuato personalmente e che solo ora ha “sbloccato il via libera.
Una bottiglia che ci porta alla mente la riflessione sul Fiano di un tempo, uscito a 12 gradi come questo, ma allora accadeva anche a 11, ci induce a pensare di cambiamenti climatici, con una vendemmia, questa del 1993 svolta a fine ottobre come era consuetudine e ora all’inizio.
Sono previste varie presentazioni della etichetta nel mondo del vino; dalla Costiera amalfitana a Napoli, da Roma e Milano e poi all’estero. Possibile, ovviamente trovarlo all’Enoteca il Torchio, ideale per un regalo importante a se stessi o a chi conosce il lavoro del vino e crede negli affinamenti dei bianchi, consigliato a chi con abitudini francesi, segnatamente dei grandi bianchi di Borgogna, voglia farne accostamenti e paragoni, il 1993 non teme nessuno!
