L’Area Studi Mediobanca pubblica un aggiornamento dell’indagine sull’industria dell’olio d’oliva in Italia che approfondisce le performance economiche dei principali produttori nazionali in un’ottica di benchmark con gli altri comparti dell’alimentare. Lo studio contiene i dati più recenti sul contesto nazionale ed internazionale.
L’indagine completa è disponibile per il download sul sito www.areastudimediobanca.com
L’Italia nel contesto internazionale
Nel 2024-25 inversione di marcia per l’olio d’oliva: dopo due anni di “scarica”, la produzione mondiale di olio d’oliva ha toccato il massimo storico di 3,6 milioni di tonnellate (+38% sul 2023- 24). In aumento i quantitativi di tutti i principali produttori: Spagna (+51%, leader mondiale con il 36,1% del totale), Turchia (+109,3%, 12,6%), Tunisia (+54,5%, 9,5%) e Grecia (+42,9%, 7%). In controtendenza l’Italia (-31,8%) che ha dimezzato il proprio peso sulla produzione mondiale dal 12,7% del 2023-24 al 6,3% del 2024-25.
La scarsità dell’offerta italiana continua ad incidere sui prezzi dell’EVO nazionale, più elevati rispetto ai maggiori mercati mondiali. Da inizio 2024 a inizio 2025, dimezzati l’EVO spagnolo (Jaén) e greco (Chania): i primi da 8,8 a 4,1 €/Kg, i secondi da 8,3 a 4,2 €/kg. Sempre al di sopra dei 9 €/kg le quotazioni dell’EVO italiano (Bari) prima del calo di novembre 2025 che ha segnato 7,58 €/Kg, pari a 1,5 volte quello greco (5,05 €/Kg), 1,7 volte l’EVO spagnolo (4,54 €/Kg) e 2,1 volte quello tunisino (3,68 €/kg). In ripresa nel 2024-25 anche i consumi (+15,3% sul 2023- 24) che hanno superato i 3,2 milioni di tonnellate. In aumento del 14,3% sul 2023-24 la Spagna (14,3% dei consumi mondiali), +8% gli USA (12,4%); in calo del 4% i consumi di olio d’oliva in Italia che si attesta in terza posizione con una quota sui quantitativi totali del 12,3%.
Rilevante il peso dell’Italia nel commercio internazionale: nel 2024 l’Italia è seconda sia per esportazioni mondiali, con 2,8 miliardi di euro dopo la Spagna (5,1 miliardi) e prima del Portogallo (1,5 miliardi), che per importazioni con 2,9 miliardi, dopo gli Stati Uniti (3 miliardi) e prima della Spagna (1,4 miliardi). Metà dell’export italiano di olio d’oliva si concentra in tre Paesi: Stati Uniti (32,2% dei quantitativi complessivi nel 2024), Germania (14%) e Francia (6,8%). L’olio importato proviene principalmente da Spagna (56,8%), Grecia (17,5%) e Tunisia (14%).
La bilancia commerciale italiana è in disavanzo strutturale: nel biennio 2022-2023 il deficit è stato più ampio (rispettivamente -331 milioni di euro e -278 milioni) rispetto alla media dal 1991 (-171 milioni di euro); nel 2024 il divario si è ridotto (-19 milioni). Bilancio nazionale dell’olio d’oliva in negativo: la produzione interna (300mila tonnellate attese per il 2025-26, +21% sul 2024-25) non riesce a sostenere i consumi (470mila tonnellate); è necessario il ricorso a importazioni (570,9mila tonnellate) che superano le vendite all’estero (371mila nel 2025-26).
L’olio d’oliva italiano sulle tavole italiane
Dal 2014 al 2024 la SAU (Superficie Agricola Utilizzata) nazionale destinata alla coltivazione di olivi si è ridotta del 7,1%. Spicca la Calabria (30,4% della SAU ragionale, -6,7% sul 2014), seguita dalla Puglia (27,3% della SAU, -2,7%). In crescita del 32,4% la SAU coltivata con olivi della Lombardia, che incide poco sul totale regionale (0,3%). La Puglia è la prima regione italiana per produzione di olio d’oliva con il 45,1% del totale nazionale. Completano il podio tricolore la Sicilia (10,7%) e la Calabria (10,3%); seguono Toscana (8,3%) e Lazio (6,8%). Pugliese anche il primato della produzione unitaria: 155,6 tonnellate per frantoio, a fronte di 55,4 tonnellate del Lazio, 50,9 della Toscana e 47,5 della Sicilia; la Calabria si ferma a 38,7 tonnellate (59,9 tonnellate la media nazionale). La resa delle olive (litri di olio ogni 10 Kg di olive, in percentuale) tocca i suoi massimi in Calabria (19%), che precede Liguria (17,9%), Abruzzo (16,7%) e Puglia (16,1%). Campania al sesto posto, ecco il grafico totale 
Le 42 tipologie italiane di olio d’oliva Dop e le 8 Igp rappresentano il 32,3% dei prodotti del comparto oli e grassi registrati in UE e il 15,1% di quelli tricolore Dop-Igp-Stg del settore alimentare. Questo segmento incide ancora poco, rappresentando il 2% del valore della produzione, ed è molto concentrato: Puglia, Sicilia e Toscana raccolgono l’86,6% del valore nazionale. Il differenziale di prezzo all’origine tra l’olio EVO convenzionale (8,5 €/litro) e l’EVO biologico (9 €/litro) aumenta allo scaffale: 9,6€/litro l’EVO convenzionale vs 12,3€ il biologico.
In Italia il 70% circa dei consumi di olio d‘oliva è veicolato dal canale della Gdo. Secondo le elaborazioni dell’Area Studi Mediobanca su dati NielsenIQ, le vendite di olio d’oliva nella Gdo nei dodici mesi terminanti con il terzo trimestre 2025 sono calate del 7,1% a valore (+12,6% i volumi). Determinante l’aumento del 16,3% dei volumi dell’EVO (90% del totale) che rilevano una forte elasticità della domanda alla riduzione prezzo (-18,1% il prezzo). L’EVO a marchio del distributore (un quarto del totale di categoria) è calato sia a valore (-17,4%) che a volume (- 6,3%) anche in conseguenza dell’attività promozionale (intensity index a volume) dell’EVO che ha raggiunto il 59,8% (+19,7% sull’anno precedente).
Dieci anni di performance dell’industria dell’olio d’oliva italiana
Nel decennio 2015-2024 le vendite dei maggiori produttori italiani di olio d’oliva sono cresciute ad un tasso medio annuo del 7%, più del resto del settore alimentare (CAGR +4,4%) e quasi il doppio della manifattura (+3,9%). Incisivo l’export: in crescita del 9% medio annuo tra il 2015- 2024; +6,9% l’alimentare e +4,3% la manifattura. All’estero va il 35,4% del giro d’affari (+5,4 punti percentuali sul 2015); meglio solo i produttori di bevande (39,1%, +2,4 punti).
In media nel periodo 2015-2024 l’ebit margin dei maggiori produttori italiani di olio d’oliva è il più basso tra i comparti dell’alimentare: 2,6% che si confronta con il 3,2% del caseario, 4,3% del conserviero, 7,2% dei produttori di bevande e 8,4% del dolciario. Il rendimento del capitale investito (ROI) è invece migliore: i produttori di olio registrano una media del 6,6% (2015-2024) superiore al caseario (4,8%) e al conserviero (6,1%) pur rimanendo dietro al settore delle bevande (9,4%) e quello dolciario (12,5%). Negli ultimi dieci anni l’olio d’oliva è stato il comparto che ha investito di più: +10,1% il CAGR 2015-2024 degli investimenti in dotazioni materiali, contro il +7% dell’alimentare e il +5,2% della manifattura.
Si investe ancora poco rispetto al fatturato: 1,1% il rapporto medio del 2015-2024 vs 3,3% e 3,4% dell’alimentare e manifattura. È cresciuto dello 0,9% all’anno il numero di dipendenti con una remunerazione unitaria nel 2024 di € 66mila, superiore a quella del comparto del conserviero (€54,3mila), dolciario (€62,8 mila) e caseario (€ 65,3mila) ma più bassa della produzione di bevande (€68,5mila euro per dipendente).
