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Vesuvio, in pericolo biodiversità agroalimentare unica

Inviato il 13 luglio 2017 di Carlo Scatozza

Tutti i nostri cuori sono gonfi di dolore, e non è ancora finita, mentre fiamme aggrediscono anche case ed aziende agricole alle pendici del nostro vulcano, che se ne sta placido, violato dall’uomo, con le fiamme, dopo essere stato violentato già con l’urbanizzazione scriteriata e l’incuria del passato. Il Parco del Vesuvio  custodisce una straordinaria biodiversità e un patrimonio agroalimentare unico nel suo genere. Tutto ciò, ora, è messo in pericolo dalle fiamme. Tanti i vitigni tipici del Vesuvio, tra cui il piedirosso, il greco del Vesuvio, il coda di volpe e il caprettone, cui si sono aggiunti da qualche decennio l’aglianico e la falanghina. A rischio quindi  la produzione di Vesuvio rosso, rosato o bianco doc e il celebre Lachryima Christi, . Le albicocche del Vesuvio, di recente nuovo presidio Slow Food, erano celebri già nell’antichità. Numerose le varietà, come la boccuccia, la baracca, la vitillo, la pollastrella e la cafona. Vesuvio è anche terra di ciliegie (malizia e durona del monte), la susina pazza di Somma e l’uva catalanesca, che matura tra ottobre e novembre e può essere a sua volta utilizzata per la vinificazione. Arance e limoni sono coltivati nei paesi della fascia costiera vesuviana.  Tipici dell’agro vesuviano sono i pomodorini che vengono conservati facendoli seccare al sole, i friarielli, i cavolfiori giganti, e la cipolla della regina, coltivata soprattutto nei dintorni di Pompei. Celeberrimo il Piennolo la cui superficie stimata è di circa 480 ettari coltivati e con una richiesta sempre maggiore dai mercati di tutto il mondo. Notevole la raccolta dei pinoli, sempre più rari e costosi sulle tavole La coltivazione dei fiori è una delle risorse più importanti delle pendici del Vesuvio e dell’agro nolano, e occupa complessivamente, dalla tradizionale ginestra ai garofani, gladioli, crisantemi, rose, bocche di leone, iris e orchidee.

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